L’Unione europea di fronte all’emergenza: sarà vera svolta?

da | 9 Lug 2020 | Europa, Next Generation UE, recovery fund, UE | 0 commenti

UE: Una crescita sofferta, costante…

L’UE è un’unione di stati. E’ nata nel 1952, subito dopo la II Guerra Mondiale, come Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), si è poi trasformata in Comunità Economica Europea (CEE) e infine nel 1993 ha assunto il nome attuale.  Gli stati membri erano sei all’inizio, ora, dopo numerosi allargamenti e l’uscita del Regno Unito, sono diventati 27. Nel tempo gli stati membri hanno trasferito all’unione pezzi della loro sovranità: prima hanno rinunciato al governo delle risorse, allora decisive, del carbone e dell’acciaio, poi hanno rinunciato a mettere dei dazi alle merci che attraversavano i loro confini con gli altri stati membri (creando un mercato comune), poi ancora hanno rinunciato al potere di battere moneta (creando l’euro).

i trattati della UE

L’Unione europea si fonda sul principio dello Stato di diritto. Ciò significa che tutte le azioni intraprese dall'UE si basano su trattati approvati liberamente e democraticamente da tutti i paesi membri. Se, ad esempio, un settore non è menzionato in un trattato, la Commissione non può avanzare proposte legislative in quel settore. Un trattato è un accordo vincolante tra i paesi membri dell'UE. Esso definisce gli obiettivi dell'Unione, le regole di funzionamento delle istituzioni europee, le procedure per l'adozione delle decisioni e le relazioni tra l'UE e i suoi paesi membri. I trattati vengono modificati per ragioni diverse: rendere l'UE più efficiente e trasparente, preparare l'adesione di nuovi paesi ed estendere la cooperazione a nuovi settori, come la moneta unica (vedi i principali trattati della UE).

… e da completare

Ci sono però tre ambiti rispetto ai quali gli stati non hanno, finora, voluto rinunciare alla loro sovranità: la politica estera, le forze armate e l’imposizione fiscale. Nei primi due ambiti hanno mantenuto una sovranità limitata: solo gli stati più forti hanno una politica estera (apparentemente) indipendente e, sul piano militare, molti stati si sono affidati finora all’alleanza atlantica (la NATO), dopo aver rinunciato nel 1954 alla costituzione di un esercito europeo. La sovranità fiscale, cioè il potere di prelevare una parte della ricchezza prodotta in un territorio mediate imposte e tasse, è rimasta sostanzialmente intatta nelle mani degli stati membri. La pressione fiscale varia da stato a stato, in media in Europa è del 40 % del PIL. Su 100 euro prodotti, 40 vanno nelle casse dello stato, per le pensioni, la sanità, la scuola, la sicurezza ecc. (vedi, fisco, spesa pubblica, debito pubblico).

sono escluse

una grande unione con un piccolo bilancio

Anche l’UE gode di una piccola capacità di imposizione fiscale (alcuni dazi prelevati ai confini esterni sulle merci in arrivo, una imposta sullo zucchero e una piccola quota del gettito dell’IVA-Imposta sul Valore Aggiunto). Ma questo prelievo copre meno del 30% del bilancio dell’Unione, il restante 70 % è coperto da trasferimenti dagli stati membri a seconda del loro reddito e della loro popolazione. Nel complesso il bilancio UE del 2019 è ammontato a 165,8 miliardi di euro (solo per fare un confronto: quello dell’Italia è di 871 mld e della sola città di Berlino di 31mld), grosso modo un po’ meno dell’1 % del PIL europeo. Una somma non trascurabile, anche se riguarda più di 450 milioni di cittadini europei.

Con questa somma l’UE, oltre a coprire le spese della sua amministrazione (ca. il 6 %) e gli aiuti a paesi terzi (un altro 6 %) finanzia l’agricoltura, lo sviluppo delle aree arretrate, l’educazione, la ricerca e anche, tra l’altro, il programma Erasmus di scambi di studenti.

il bilancio UE

166
mld euro

367
euro/cittadino UE

costi interni, aiuti a paesi  terzi, agricoltura, sviluppo aree arretrate, educazione, ricerca, Erasmus ...

l’emergenza sanitaria e la crisi post Covid

Poi è arrivato Covid19. Un ospite sconosciuto e certamente non benvenuto.  Nell’emergenza i paesi hanno risposto alla sfida in modi diversi, anche perché diversi erano i sistemi sanitari che hanno dovuto far fronte a una diffusione molto differenziata del contagio.

Quasi tutti hanno dovuto fermare gran parte delle attività economiche della produzione e distribuzione di beni e servizi non essenziali. Molte imprese, grandi e piccole, hanno dovuto chiudere, la produzione è crollata e la spesa pubblica ha dovuto sostenere coloro che avevano perso il lavoro (ad esempio, molti giovani lavoratori precari) e coloro che avevano perso salari e stipendi.

L’epidemia ha colpito tutti, ma lo shock non è stato simmetrico, ha messo maggiormente in crisi i paesi con le economie più deboli e più indebitati, che spesso hanno anche mostrato segni di inadeguatezza dei loro sistemi sanitari. Senza un intervento massiccio e solidale, l’UE avrebbe probabilmente assistito ad un’esplosione delle disuguaglianze al suo interno e alla sua stessa disgregazione, perché sarebbe stato sempre più difficile tenere insieme un gruppo di popoli e di stati ognuno dei quali cercava disperatamente di salvare sé stesso, magari indebitandosi al di là di ogni limite sostenibile.

 

quasi tutti hanno dovuto fermare gran parte delle attività economiche

dove reperire le risorse per un intervento comune?

Dove però reperire le risorse per un piano comune di risanamento? come alimentare un fondo per il risanamento (recovery fund), vista l’esiguità del bilancio dell’Unione?  La domanda non se la sono posta per primi i membri del Consiglio Europeo, l’organo composto dai capi di stato e di governo, dove per decidere sulle questioni importanti è richiesta l’unanimità. Se la sono posta invece sia la Commissione sia il Parlamento Europeo, gli organi dove si decide a maggioranza.

la proposta della Commissione

La Commissione ha fatto una proposta articolata che prevede una gamma di misure. Tra queste anche l’aumento della capacità fiscale dell’Unione, introducendo una specie di carbon tax (per accelerare la conversione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili), una web tax sulle grandi multinazionali del digitale (Amazon, Facebook, Google, Huawei, ecc.) che attualmente sfruttano le diversità dei sistemi fiscali per pagare meno tasse, nonché aumentando i contributi dei singoli stati. In questo modo, disponendo della garanzia di un bilancio proprio più consistente, la Commissione potrebbe emettere dei titoli di credito (Euro-bond o Recovery-bond) raccogliendo sul mercato mondiale dei capitali i fondi necessari per finanziare i programmi di rilancio dell’economia, sia finanziando progetti a fondo perduto, sia dando agli stati membri che li richiedano i prestiti necessari (a tassi molto agevolati) per rafforzare la loro capacità di resistere alla crisi. Invece di incrementare ulteriormente i debiti pubblici nazionali che gli stati più deboli non sarebbero alla lunga capaci di onorare senza penalizzare le generazioni future, si creerebbe un debito pubblico europeo ancorato in una forte economia continentale.

 

la svolta possibile

Non sappiamo ancora se, quando e in che misura il Consiglio Europeo riuscirà a trovare un accordo per avviare la realizzazione di questo piano. La regola dell’unanimità è un grosso ostacolo perché offre ad ogni stato un’arma di ricatto per negoziare vantaggi per sé. (vedi l'articolo di Civitas sui Paesi Frugali).

C’è da sperare che la paura di far naufragare il progetto europeo induca a miti consigli anche i più riottosi tra gli stati. Se però, come chi scrive si augura, la proposta della Commissione andrà in porto, essa segnerà una svolta nella storia dell’Unione Europea. 

Vorrà dire, per la prima volta, che l’interesse a medio e lungo termine della collettività dei popoli europei passa davanti all’interesse immediato dei singoli stati. Vorrà dire che la visione di un futuro comune ha il sopravvento sugli egoismi nazionali legati al presente. 

vorrà dire assumersi dei doveri e delle responsabilità comuni di fronte alle nuove generazioni