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La questione demografica

da | 8 Apr 2020 | crisi demografica, evidenza, popolazione

aggiornato
set 2021

Esiste una “questione demografica” nel nostro Paese? Una “questione”, ovvero una situazione di fatto, di natura strutturale, che rappresenta un peso, un ostacolo, un impedimento al buon funzionamento della società? Una situazione che vorremmo cambiare, ma non sappiamo come fare, o non troviamo le risorse per farlo? Una questione della portata della “questione meridionale”, quel divario che un secolo e mezzo di sviluppo e di governo unitario non hanno scalfito? Una questione come quella della fragilità idro-geologica del nostro territorio, e delle scarse difese messe in campo per contrastarla? La risposta, chiara e netta è: 

sì, la “questione demografica” esiste

ma il paese - cioè coloro che hanno responsabilità di leadership nella cultura, nella politica, nell’economia, nelle istituzioni e nella società in genere e che, in definitiva, indirizzano l’opinione pubblica - sembrano non accorgersene o preoccuparsene. 

Si ritiene che la questione, come governata da una misteriosa “mano invisibile”, si risolverà da sola; oppure, che le cause della questione demografica siano troppo complesse per tentare di cambiarli; oppure che essa, in definitiva, non generi costi sociali eccessivi e possa addirittura generare benefici. 

Lo scopo delle righe che seguono è triplice. Premessa una sintesi delle caratteristiche della demografia italiana, cercherò, in primo luogo, di delinearne, le implicazioni per il paese. Affronteremo poi le politiche possibili, i loro costi e l’incertezza circa i loro risultati. Chiuderemo con qualche riflessione sopra le condizioni necessarie per attuare le politiche più opportune per invertire il corso delle cose, o per limitarne le conseguenze negative.

il quadro numerico della questione demografica

Al cuore della questione demografica dell’Italia – come di molti altri paesi avanzati – sta l’incapacità della società di assicurare per via biologica, cioè mediante le nascite, il proprio rinnovo o ricambio. Le generazioni dei nuovi nati non sostituiscono, o non rimpiazzano (numericamente), quelle dei loro genitori che, a loro volta, non rimpiazzano quelle dei propri genitori, nonni dei nuovi nati. E c’è un’alta probabilità che anche la generazione dei pochi nati attuali, possa non essere rimpiazzata, in futuro, dai propri figli.

 

Al picco della ripresa del dopoguerra ( anni sessanta), nel 1964, le nascite superarono il milione, ma nel mezzo secolo successivo il declino numerico è stato continuo e rapido. Infatti, le nascite sono scese sotto il mezzo milione nel 2015 e sotto 450mila nel 2019, nonostante il rilevante apporto dei nati da genitori stranieri. Bisogna risalire al XVI secolo, quando l’Italia aveva un quarto della popolazione attuale, per trovare un analogo numero di nascite.

negli anni '60 nasceva 1 milione di bambini ogni anno,  oggi le nascite sono meno della metà

Da trent'anni il numero medio di figli per donna galleggia tra 1,2 e 1,4: tra il 30 e il 40 per cento in meno di quel 2 figli per donna (più una frazione che trascuro per brevità) che assicura il rimpiazzo numerico tra generazioni dei padri e generazione dei figli, quel 2 che è poi una media tra gli esiti riproduttivi delle donne (e degli uomini) che non hanno figli o ne hanno uno solo, quelli di una maggioranza che ne ha due, e di una minoranza che ne ha tre o più. La diminuzione delle nascite avvenuta negli scorsi decenni sta traducendosi nella graduale diminuzione delle donne (e dei loro partner) in età riproduttiva: nel 2000, tra i 20 e i 45 anni, c’erano 10,5 milioni di donne, oggi ce ne sono 7,6 milioni, e ce ne saranno appena 6,2 milioni nel 2040, qualora si arrestasse l’immigrazione.

La maggioranza dei nati nell'ultimo decennio vedrà l’inizio del XXII secolo, perché la speranza di vita ha toccato gli 85 anni tra le donne, e gli uomini hanno superato gli 80, e ulteriori progressi sono ragionevolmente attesi. Dall'inizio degli anni ’70, la longevità è cresciuta di dieci anni, con un “guadagno” medio di due mesi e mezzo di vita al trascorrere di ogni anno di calendario, ed è destinata a crescere ancora, sempre che non si demolisca il sistema sanitario universalistico del quale il paese si è fortunatamente dotato.

quanto a lungo questa rincorsa possa durare è argomento di discussione,
ma per ora non ci sono segnali di un cambio di tendenza

negli ultimi 50 anni la durata della vita media è aumentata di dieci anni, quasi due mesi e mezzo in più per ogni anno di calendario

La combinazione di bassa natalità e alta sopravvivenza si traduce in una popolazione con pochi giovani e molti vecchi: nel 2019, le donne di 84 anni sono più numerose delle bambine di un anno, che potrebbero essere le loro bisnipoti. Cresce, nella popolazione, la proporzione degli anziani, dei vecchi e dei centenari, un fenomeno che chiamiamo “invecchiamento” demografico. E poiché gli anziani crescono di numero, cresce anche il numero dei decessi (nonostante che si campi più a lungo) e questi superano nettamente il numero dei nati: nel 2019 lo sbilancio ha raggiunto il record di 210mila unità, mentre fino a trent'anni fa, pur già in regime di natalità molto bassa, le nascite superavano abbondantemente le morti.

nel 2019 più donne di 84 anni che bambine di 1 anno… bisnonne più numerose delle neonate

Va detto anche che l’immigrazione ha tamponato il declino demografico: tra il 2002 e il 2019, gli iscritti nelle anagrafi provenienti dall'estero, hanno superato i cancellati dalle stesse anagrafi, per trasferimento all'estero, di circa 4 milioni di persone. In conseguenza, la popolazione residente, tra le due date, è cresciuta da 57 a 60,3 milioni. Ma nemmeno l’immigrazione è oggi sufficiente a mantenere l’equilibrio demografico e la popolazione, negli ultimi quattro anni, è diminuita di circa 400mila unità.

Completiamo questa sintesi con uno sguardo al futuro, ricorrendo alle aggiornate previsioni dell’Istat spingendoci al 2040, un ventennio da oggi. Un orizzonte prossimo per la demografia, anche se remoto per chi ha lo sguardo fisso sul presente. Ebbene, queste previsioni incorporano un certo aumento della riproduttività, un sensibile aumento della longevità, e un saldo migratorio con l’estero che, seppure inferiore a quello del primo quindicennio del millennio, è previsto assai cospicuo.

Pur con questi parametri relativamente ottimistici, la popolazione totale diminuirebbe di 1,1 milioni (da 60,4 a 59,3 milioni). Trascurabile, questo milione, se non fosse per il fatto che è la somma algebrica di un segno meno per la già esigua popolazione sotto i 20 anni (-1,6 milioni); di un altro segno meno per quella in età attiva tra i 20 e i 70 anni (- 4 milioni) e di un segno più per gli anziani con oltre 70 anni (+4,7 milioni), già oggi molto numerosi. Questo produrrà una ulteriore forte distorsione a favore della popolazione anziana, pur in presenza di un guadagno netto migratorio tra le 160.000 e le 180.000 unità all’anno.

Ma se l’obbiettivo di “migrazione zero” auspicato (a parole) da molte forze politiche si realizzasse,

la popolazione scenderebbe di 6 milioni 

somma algebrica di meno 11 milioni per i minori di 70 anni, e di un aumento di quasi 5 milioni per i maggiori di tale età. E, infine, questo avvitamento negativo, se non interrotto, aggraverebbe enormemente la situazione nei decenni successivi, rendendo “insostenibili” i livelli di benessere raggiunti.

La questione demografica

senza immigrazione, nel 2040, 11 milioni in meno di persone con meno di 70 anni, 5 milioni in più di ultrasettantenni

Questo è il quadro “macro”, che va integrato con una ulteriore nota – di natura territoriale – ma che si riflette sul sistema-paese. Qualche anno addietro (2014), la SVIMEZ aveva avvertito del rischio di “desertificazione umana” del Mezzogiorno, conseguenza della debolissima natalità – oramai più bassa che nel resto del paese - dell’eccesso dei decessi sulle nascite, e della continua emigrazione verso le altre regioni di giovani relativamente istruiti, non compensato dalla componente migratoria internazionale. Questi fenomeni hanno continuato il loro corso, aggravandosi, negli ultimi anni. La conseguenza “netta” è la perdita di peso – demografico oltreché economico - nel  nel contesto nazionale, e questo accentua il dualismo del paese, e si configura come una “questione demografica” regionale all'interno della “questione” nazionale.

Il mezzogiorno si desertifica: molti giovani partono, poche nascite, pochi immigrati

demografia, migrazioni e sviluppo del paese

Si è visto che nel caso di assenza di immigrazione il forte depauperamento della popolazione in età attiva continuerebbe per molti anni. Il paese continuerà ad esprimere una forte domanda di lavoro immigrato, che non è venuta meno nemmeno nei periodi di crisi.  E’ scontato che l’azione di governo dell’immigrazione debba svolgersi nel pieno rispetto della dignità, dei diritti e delle libertà delle persone, delle regole di convivenza affermate dalla nostra Carta Costituzionale e dei principi contenuti nelle Convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese. E poiché la migrazione deve sostenere la crescita della società, mantenendone la coesione,  è giusto che vengano privilegiati flussi migratori “utili”, orientati a sostenere lo sviluppo culturale e sociale, oltre quello economico, evitando il depauperamento di quelle risorse umane (tecnici, professionisti) che sono scarse ma vitali nei paesi di origine. Ciò implica, evidentemente, scelta e selezione, con criteri  trasparenti ed espliciti, bene accetti alla collettività, e scevri da discriminazioni basate sull'etnia, il genere,  la religione, le preferenze politiche, gli orientamenti sessuali.  Ciò richiede investimenti e azioni che rendano possibile la piena integrazione sociale e culturale degli immigrati, e ne facilitino il loro radicamento. 

Una politica così orientata è tanto più accettabile in quanto coesista con una generosa politica dell’asilo e della protezione umanitaria, che per sua natura non può procedere a scelte o selezioni, ma deve essere garantita a tutti coloro che ne hanno diritto.

 

governare l’immigrazione, investire sull'integrazione, favorire il radicamento

Assai più difficile è intervenire sulla curva delle nascite. Esistono molteplici esperienze di politiche di sostegno alla riproduzione in altri paesi, ma con risultati incerti da interpretare e difficilmente trasferibili in contesti sociali diversi.  Tutte tendono a rendere meno oneroso l’allevamento della prole, ma questo può avvenire per vie diverse che vanno dal sostegno al reddito familiare – premi di natalità, assegni familiari, prestiti agevolati - al miglioramento dei servizi disponibili (nidi, asili, scuola ). Nel caso italiano, e in estrema sintesi, alcune linee d’intervento appaiono chiare.

In primo luogo: più donne al lavoro. Mettere figli al mondo implica un certo grado di sicurezza economica, che  spesso si realizza quando esiste più di una fonte di reddito. Questa condizione si avvera quando anche la donna ha un lavoro. Perché questo avvenga su larga scala è essenziale che operino efficienti politiche di “conciliazione” tra attività domestiche e di cura e attività lavorativa. In Europa, esiste una relazione diretta tra lavoro femminile e natalità: i paesi con natalità più alta (o, meglio, meno bassa, come la Francia e alcuni paesi del nord Europa) sono quelli nei quali maggiore è la presenza femminile nel mercato del lavoro.

In secondo luogo, occorre accelerare il percorso verso l’autonomia dei giovani che oggi dipendono troppo a lungo dalla famiglia, entrano tardi nel mercato del lavoro e prendono molto tardi le loro decisioni riproduttive, che sono quindi orientate verso il basso.

In terzo luogo, occorre contrastare la fortissima disparità di genere, a danno della donna, nel lavoro domestico, di allevamento e di cura . Questo iniquo aggravio è causa non secondaria della bassa presenza femminile nel mercato del lavoro, e di scelte riproduttive che molto spesso si riducono al figlio unico.

Si può argomentare che anche i sostegni al reddito familiare diminuiscono il costo dei figli, esercitando una spinta positiva alla natalità: ma per incidere sulle decisioni riproduttive dovrebbero essere trasferimenti significativi, molto onerosi per il bilancio pubblico e quindi di problematica attuazione. In sintesi:

per aver più nascite occorrono più donne al lavoro, maggiore e meno tardiva autonomia dei giovani, minori asimmetrie di genere.

GRAFICI

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La questione demografica

saldo naturale e saldo migratorio estero, Italia. Anni 2008-2018, (in migliaia)

La questione demografica

aspettativa di vita alla nascita per regione (MASCHI)

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aspettativa di vita alla nascita per regione (FEMMINE)

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iscritti dall'estero

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cancellati per l'estero

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Aggiornamenti
a cura della redazione di Civitas

L'andamento della popolazione in Italia, il progressivo invecchiamento sono destinati a subire una progressiva accelerazione dovuta al diffondersi della pandemia da Covid-19, questo tendenza (negativa) sembra oramai caratterizzare altri paesi dell'Europa; nel seguito vi terremo aggiornati ricorrendo a quanto appare sulla stampa italiana.


Con 400mila nascite l'anno siamo un Paese da 30 milioni di abitanti

26 settembre 2021 - Ansa

La questione demograficaIl sistema politico e quello economico devono muoversi per tempo, altrimenti la prospettiva per l'Italia non è solo l'invecchiamento generale della popolazione, di cui si parla tantissimo ma alla fine sembra che non sia una vera emergenza, ma anche un serio rischio per la nostra economia. A dirlo, in una conversazione con Il Sole24Ore, il presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo.  Secondo Blangiardo, "con il passare del tempo la popolazione perde la sua fisionomia iniziale: stante l'aspettativa di vita alla nascita di circa 80 anni, 400mila nascite sono compatibili con una popolazione che nel lungo periodo si ferma a poco più di 30 milioni, non di 59 come è adesso". (continua a leggere)


Nel 2020 in Italia ci sono stati 400 mila nati in meno 

14 maggio 2021 - AGI - Paolo Tripaldi

E quest'anno caleranno ancora. Il presidente dell'Istat Blangiardo agli Stati Generali della Natalità ha spiegato che senza interventi si arriverà a 350 mila nati nel 2050 con conseguenze per il sistema pensionistico e della sanità.  Il calo della natalità in Italia è un fenomeno che va avanti dal secondo dopoguerra e che è arrivato nel 2020 a registrare 404 mila nati con una stima per il 2021 che diminuisce ancora fino alle 384 mila unità. L’analisi è stata illustrata dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, nel corso degli Stati Generali della Natalità che si sono svolti a Roma alla presenza di Papa Francesco e del presidente del Consiglio Mario DraghiPer il presidente dell’Istat senza adeguati interventi capaci di contrastarne le cause, il costante calo della natalità è destinato a persistere anche quando si saranno esauriti gli effetti negativi della pandemia. Lo scenario inquietante per il nostro Paese ipotizza “attorno alla metà del secolo la possibilità di scendere anche sotto i 350.000 nati annui”. Prospettiva che creerebbe seri conseguenze sul piano pensionistico e sulla possibilità di garantire un efficiente sistema sanitario per tutta la popolazione. (continua a leggere)


Covid affossa la natalità in Europa

16 marzo 2021 - HuffPost - Mario De Curtis Ordinario di Pediatria alla Sapienza-Università di Roma

Sarà fondamentale nei prossimi anni il contributo degli immigrati. Senza di loro la nostra piramide demografica sarà ancora più squilibrata. Un articolo pubblicato sul Financial Times dell’11 marzo scorso dal titolo Pandemic blamed for falling birth rates across much of Europe ripropone il problema della denatalità che si sta accentuando in molti paesi europei durante questo periodo di pandemia da Covid-19. In Francia, che è uno dei 27 paesi europei con il più elevato indice di fecondità (numero di bambini per donna in età fertile, cioè per convenzione tra 14 e 49 anni), l’Istituto nazionale di statistica, ha registrato nel mese di gennaio 2021, nove mesi dopo il primo lockdown, la nascita di 53.900 bambini, il 13 per cento di meno di quelli nati nel gennaio 2020. In tutto il 2020 sono nati in Francia 735 mila bambini, il più basso livello dalla fine della seconda guerra mondiale ... (continua a leggere)


"Tanti morti come nel '44, culle vuote, pochi migranti". 

15 dicembre 2020 - HuffPost - Giulia Belardelli

Massimo Livi Bacci in un intervista ad HuffPost: “Il 2020 passerà alla storia come l’anno di una super mortalità eccezionale dovuta alla pandemia".

“Il 2020 passerà alla storia come l’anno di una super mortalità eccezionale dovuta alla pandemia di Covid-19, che è stata letale soprattutto per le persone anziane. Il superamento di quel confine che non si raggiungeva dal ’44 – più di 700mila morti totali in un anno - è il frutto di un’epidemia che dura da nove mesi e ha avuto un impatto ben più severo rispetto alle ondate influenzali dei decenni passati”. Massimo Livi Bacci, professore di demografia all’Università di Firenze, commenta con HuffPost le parole del presidente dell’Istat Carlo Blangiardo sulle previsioni dei decessi 2020. Punto di partenza per una riflessione in cui la demografia soppesa le molte ferite del Covid sull’Italia, dalle culle vuote al calo dell’immigrazione. (continua a leggere)


Lo sapevate che?

23 febbraio 2021 - Neodemos - Stefano Mazzuco
In Italia, la speranza di vita a fine 2020 sarà più bassa di circa 1 anni e 3 mesi. Tuttavia, in certe zone si arriverà ad un calo superiore ai 5 anni. Si tratta di valori previsti per ogni provincia al 31 dicembre 2020 basate sul numero di decessi giornalieri per comune sesso ed età rilasciati dall’ISTAT (attualmente aggiornati al 30 novembre 2020) e assumendo a dicembre 2020 i livelli di mortalità siano rimasti sul livello del 2019. Il grafico costituisce un aggiornamento di quello già pubblicato su Neodemos lo scorso Novembre. Quando verranno aggiornati anche i dati di dicembre, è lecito aspettarsi un calo della speranza di vita ancora maggiore.