La questione demografica

da | 8 Apr 2020 | crisi demografica, evidenza, popolazione

Esiste una “questione demografica” nel nostro Paese? Una “questione”, ovvero una situazione di fatto, di natura strutturale, che rappresenta un peso, un ostacolo, un impedimento al buon funzionamento della società? Una situazione che vorremmo cambiare, ma non sappiamo come fare, o non troviamo le risorse per farlo? Una questione della portata della “questione meridionale”, quel divario che un secolo e mezzo di sviluppo e di governo unitario non hanno scalfito? Una questione come quella della fragilità idro-geologica del nostro territorio, e delle scarse difese messe in campo per contrastarla? La risposta, chiara e netta è: 

sì, la “questione demografica” esiste

ma il paese - cioè coloro che hanno responsabilità di leadership nella cultura, nella politica, nell’economia, nelle istituzioni e nella società in genere e che, in definitiva, indirizzano l’opinione pubblica - sembrano non accorgersene o preoccuparsene. 

Si ritiene che la questione, come governata da una misteriosa “mano invisibile”, si risolverà da sola; oppure, che le cause della questione demografica siano troppo complesse per tentare di cambiarli; oppure che essa, in definitiva, non generi costi sociali eccessivi e possa addirittura generare benefici. 

Lo scopo delle righe che seguono è triplice. Premessa una sintesi delle caratteristiche della demografia italiana, cercherò, in primo luogo, di delinearne, le implicazioni per il paese. Affronteremo poi le politiche possibili, i loro costi e l’incertezza circa i loro risultati. Chiuderemo con qualche riflessione sopra le condizioni necessarie per attuare le politiche più opportune per invertire il corso delle cose, o per limitarne le conseguenze negative.

il quadro numerico della questione demografica

Al cuore della questione demografica dell’Italia – come di molti altri paesi avanzati – sta l’incapacità della società di assicurare per via biologica, cioè mediante le nascite, il proprio rinnovo o ricambio. Le generazioni dei nuovi nati non sostituiscono, o non rimpiazzano (numericamente), quelle dei loro genitori che, a loro volta, non rimpiazzano quelle dei propri genitori, nonni dei nuovi nati. E c’è un’alta probabilità che anche la generazione dei pochi nati attuali, possa non essere rimpiazzata, in futuro, dai propri figli.

Al picco della ripresa del dopoguerra ( anni sessanta), nel 1964, le nascite superarono il milione, ma nel mezzo secolo successivo il declino numerico è stato continuo e rapido. Infatti, le nascite sono scese sotto il mezzo milione nel 2015 e sotto 450mila nel 2019, nonostante il rilevante apporto dei nati da genitori stranieri. Bisogna risalire al XVI secolo, quando l’Italia aveva un quarto della popolazione attuale, per trovare un analogo numero di nascite.


Da trent'anni il numero medio di figli per donna galleggia tra 1,2 e 1,4: tra il 30 e il 40 per cento in meno di quel 2 figli per donna (più una frazione che trascuro per brevità) che assicura il rimpiazzo numerico tra generazioni dei padri e generazione dei figli, quel 2 che è poi una media tra gli esiti riproduttivi delle donne (e degli uomini) che non hanno figli o ne hanno uno solo, quelli di una maggioranza che ne ha due, e di una minoranza che ne ha tre o più. La diminuzione delle nascite avvenuta negli scorsi decenni sta traducendosi nella graduale diminuzione delle donne (e dei loro partner) in età riproduttiva: nel 2000, tra i 20 e i 45 anni, c’erano 10,5 milioni di donne, oggi ce ne sono 7,6 milioni, e ce ne saranno appena 6,2 milioni nel 2040, qualora si arrestasse l’immigrazione.

La maggioranza dei nati nell'ultimo decennio vedrà l’inizio del XXII secolo, perché la speranza di vita ha toccato gli 85 anni tra le donne, e gli uomini hanno superato gli 80, e ulteriori progressi sono ragionevolmente attesi. Dall'inizio degli anni ’70, la longevità è cresciuta di dieci anni, con un “guadagno” medio di due mesi e mezzo di vita al trascorrere di ogni anno di calendario, ed è destinata a crescere ancora, sempre che non si demolisca il sistema sanitario universalistico del quale il paese si è fortunatamente dotato.

quanto a lungo questa rincorsa possa durare è argomento di discussione,
ma per ora non ci sono segnali di un cambio di tendenza

La combinazione di bassa natalità e alta sopravvivenza si traduce in una popolazione con pochi giovani e molti vecchi: nel 2019, le donne di 84 anni sono più numerose delle bambine di un anno, che potrebbero essere le loro bisnipoti. Cresce, nella popolazione, la proporzione degli anziani, dei vecchi e dei centenari, un fenomeno che chiamiamo “invecchiamento” demografico. E poiché gli anziani crescono di numero, cresce anche il numero dei decessi (nonostante che si campi più a lungo) e questi superano nettamente il numero dei nati: nel 2019 lo sbilancio ha raggiunto il record di 210mila unità, mentre fino a trent'anni fa, pur già in regime di natalità molto bassa, le nascite superavano abbondantemente le morti. Va detto anche che l’immigrazione ha tamponato il declino demografico: tra il 2002 e il 2019, gli iscritti nelle anagrafi provenienti dall'estero, hanno superato i cancellati dalle stesse anagrafi, per trasferimento all'estero, di circa 4 milioni di persone. In conseguenza, la popolazione residente, tra le due date, è cresciuta da 57 a 60,3 milioni. Ma nemmeno l’immigrazione è oggi sufficiente a mantenere l’equilibrio demografico e la popolazione, negli ultimi quattro anni, è diminuita di circa 400mila unità.

Completiamo questa sintesi con uno sguardo al futuro, ricorrendo alle aggiornate previsioni dell’Istat spingendoci al 2040, un ventennio da oggi. Un orizzonte prossimo per la demografia, anche se remoto per chi ha lo sguardo fisso sul presente. Ebbene, queste previsioni incorporano un certo aumento della riproduttività, un sensibile aumento della longevità, e un saldo migratorio con l’estero che, seppure inferiore a quello del primo quindicennio del millennio, è previsto assai cospicuo.

Pur con questi parametri relativamente ottimistici, la popolazione totale diminuirebbe di 1,1 milioni (da 60,4 a 59,3 milioni). Trascurabile, questo milione, se non fosse per il fatto che è la somma algebrica di un segno meno per la già esigua popolazione sotto i 20 anni (-1,6 milioni); di un altro segno meno per quella in età attiva tra i 20 e i 70 anni (- 4 milioni) e di un segno più per gli anziani con oltre 70 anni (+4,7 milioni), già oggi molto numerosi. Questo produrrà una ulteriore forte distorsione a favore della popolazione anziana, pur in presenza di un guadagno netto migratorio tra le 160.000 e le 180.000 unità all’anno.

Ma se l’obbiettivo di “migrazione zero” auspicato (a parole) da molte forze politiche si realizzasse,

la popolazione scenderebbe di 6 milioni 

somma algebrica di meno 11 milioni per i minori di 70 anni, e di un aumento di quasi 5 milioni per i maggiori di tale età. E, infine, questo avvitamento negativo, se non interrotto, aggraverebbe enormemente la situazione nei decenni successivi, rendendo “insostenibili” i livelli di benessere raggiunti.

Questo è il quadro “macro”, che va integrato con una ulteriore nota – di natura territoriale – ma che si riflette sul sistema-paese. Qualche anno addietro (2014), la SVIMEZ aveva avvertito del rischio di “desertificazione umana” del Mezzogiorno, conseguenza della debolissima natalità – oramai più bassa che nel resto del paese - dell’eccesso dei decessi sulle nascite, e della continua emigrazione verso le altre regioni di giovani relativamente istruiti, non compensato dalla componente migratoria internazionale. Questi fenomeni hanno continuato il loro corso, aggravandosi, negli ultimi anni. La conseguenza “netta” è la perdita di peso – demografico oltreché economico - nel  nel contesto nazionale, e questo accentua il dualismo del paese, e si configura come una “questione demografica” regionale all'interno della “questione” nazionale.

 

negli anni '60 nasceva 1 milione di bambini ogni anno,  oggi le nascite sono meno della metà

negli ultimi 50 anni la durata della vita media è aumentata di dieci anni, quasi due mesi e mezzo in più per ogni anno di calendario

nel 2019 più donne di 84 anni che bambine di 1 anno… bisnonne più numerose delle neonate

senza immigrazione, nel 2040, 11 milioni in meno di persone con meno di 70 anni, 5 milioni in più di ultrasettantenni

Il mezzogiorno si desertifica: molti giovani partono, poche nascite, pochi immigrati

demografia, migrazioni e sviluppo del paese

Si è visto che nel caso di assenza di immigrazione il forte depauperamento della popolazione in età attiva continuerebbe per molti anni. Il paese continuerà ad esprimere una forte domanda di lavoro immigrato, che non è venuta meno nemmeno nei periodi di crisi.  E’ scontato che l’azione di governo dell’immigrazione debba svolgersi nel pieno rispetto della dignità, dei diritti e delle libertà delle persone, delle regole di convivenza affermate dalla nostra Carta Costituzionale e dei principi contenuti nelle Convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese. E poiché la migrazione deve sostenere la crescita della società, mantenendone la coesione,  è giusto che vengano privilegiati flussi migratori “utili”, orientati a sostenere lo sviluppo culturale e sociale, oltre quello economico, evitando il depauperamento di quelle risorse umane (tecnici, professionisti) che sono scarse ma vitali nei paesi di origine. Ciò implica, evidentemente, scelta e selezione, con criteri  trasparenti ed espliciti, bene accetti alla collettività, e scevri da discriminazioni basate sull'etnia, il genere,  la religione, le preferenze politiche, gli orientamenti sessuali.  Ciò richiede investimenti e azioni che rendano possibile la piena integrazione sociale e culturale degli immigrati, e ne facilitino il loro radicamento. 

Una politica così orientata è tanto più accettabile in quanto coesista con una generosa politica dell’asilo e della protezione umanitaria, che per sua natura non può procedere a scelte o selezioni, ma deve essere garantita a tutti coloro che ne hanno diritto.

Assai più difficile è intervenire sulla curva delle nascite. Esistono molteplici esperienze di politiche di sostegno alla riproduzione in altri paesi, ma con risultati incerti da interpretare e difficilmente trasferibili in contesti sociali diversi.  Tutte tendono a rendere meno oneroso l’allevamento della prole, ma questo può avvenire per vie diverse che vanno dal sostegno al reddito familiare – premi di natalità, assegni familiari, prestiti agevolati - al miglioramento dei servizi disponibili (nidi, asili, scuola ). Nel caso italiano, e in estrema sintesi, alcune linee d’intervento appaiono chiare.

In primo luogo: più donne al lavoro. Mettere figli al mondo implica un certo grado di sicurezza economica, che  spesso si realizza quando esiste più di una fonte di reddito. Questa condizione si avvera quando anche la donna ha un lavoro. Perché questo avvenga su larga scala è essenziale che operino efficienti politiche di “conciliazione” tra attività domestiche e di cura e attività lavorativa. In Europa, esiste una relazione diretta tra lavoro femminile e natalità: i paesi con natalità più alta (o, meglio, meno bassa, come la Francia e alcuni paesi del nord Europa) sono quelli nei quali maggiore è la presenza femminile nel mercato del lavoro.

In secondo luogo, occorre accelerare il percorso verso l’autonomia dei giovani che oggi dipendono troppo a lungo dalla famiglia, entrano tardi nel mercato del lavoro e prendono molto tardi le loro decisioni riproduttive, che sono quindi orientate verso il basso.

In terzo luogo, occorre contrastare la fortissima disparità di genere, a danno della donna, nel lavoro domestico, di allevamento e di cura . Questo iniquo aggravio è causa non secondaria della bassa presenza femminile nel mercato del lavoro, e di scelte riproduttive che molto spesso si riducono al figlio unico.

Si può argomentare che anche i sostegni al reddito familiare diminuiscono il costo dei figli, esercitando una spinta positiva alla natalità: ma per incidere sulle decisioni riproduttive dovrebbero essere trasferimenti significativi, molto onerosi per il bilancio pubblico e quindi di problematica attuazione. In sintesi:

per aver più nascite occorrono più donne al lavoro, maggiore e meno tardiva autonomia dei giovani, minori asimmetrie di genere.

in assenza di immigrazione il forte depauperamento della popolazione in età attiva continuerebbe per molti anni, ci sarà un'alta domanda di immigrazione nei prossimi decenni

governare l’immigrazione, investire sull'integrazione, favorire il radicamento

sono necessarie politiche sociali per favorire una ripresa delle nascite

3 linee di azione

più donne nel mercato del lavoro

accelerare l'autonomia dei giovani

ridurre le asimmetrie di genere

GRAFICI

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saldo naturale e saldo migratorio estero, Italia. Anni 2008-2018, (in migliaia)

aspettativa di vita alla nascita per regione (MASCHI)

aspettativa di vita alla nascita per regione (FEMMINE)

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