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Il voto ai sedicenni

da | 27 Apr 2021 | evidenza, sistema elettorale | 0 commenti

il voto ai sedicenni

Il voto ai sedicenni rischia di essere una delle tante boutade che adorna il teatro della politica. Tuttavia, come ci raccontano Gianpiero Dalla Zuanna e Andrea Zannini, questa proposta prende una luce diversa se inquadrata in una prospettiva più ampia, che tenga conto dei macro-cambiamenti demografici e culturali.

articolo tratto da Neodemos

Sedici anni son pochi? l’età al voto e il deficit democratico

 

La riflessione sull’innalzamento dell’età al voto corre il rischio di essere sequestrata dalle ragioni della politica e ridursi al mero calcolo del cui prodest. Se inquadrata in una prospettiva più ampia, che tenga conto dei macro-cambiamenti demografici, può invece aiutare a prendere un orientamento più consapevole, meno influenzato dalle ragioni dell’immediatezza.

L’apertura al voto dei diciottenni ha avuto luogo nelle democrazie occidentali nel secondo dopoguerra e soprattutto negli anni ’60 e ’70. E’ un fenomeno che andrebbe considerato nel contesto dell’introduzione del suffragio femminile, ma che è stato in primo luogo l’effetto della scolarizzazione di massa: nelle moderne società industriali, in cui l’istruzione dell’obbligo ha progressivamente allungato la scolarità (il numero di anni medi di scuola pro capite), è divenuto difficile sostenere che chi aveva dieci o più anni di istruzione alle spalle non potesse esercitare quel diritto di cui disponevano i suoi genitori o nonni, poco o per nulla alfabetizzati. Ma influirono anche altri aspetti, quali la crescente importanza della nuova categoria sociale dei “giovani”. Frantumate le società tradizionali nelle quali l’anzianità e la saggezza prevalevano, le moderne società di massa elevarono i giovani a nuovi trend setters, nuova categoria di riferimento per i consumi e i comportamenti: da qui la richiesta, e il riconoscimento, di contare politicamente di più.

Nel frattempo, tuttavia, il grande cambiamento iniziato nel secolo prima, la transizione demografica, stava modificando le grandezze in gioco. Mentre scoloriva fino a scomparire il ruolo autorevole degli anziani tipico delle società patriarcali, le coorti d’età più avanzate si sarebbero “vendicate” guadagnando silenziosamente uno spazio sempre maggiore nel panorama elettorale delle democrazie liberali. Complici la denatalità e gli spettacolari successi della medicina e del welfare, tra XX e XXI secolo i corpi elettorali dei Paesi che vantano il reddito pro-capite più elevato hanno visto crescere in modo impressionante la curva dell’indice di vecchiaia, un indicatore che è normalmente utilizzato per segnalare le emergenze nel mercato del lavoro e raramente per il suo significato in termini democratici.

Il voto ai sedicenni

Altre riforme possibili (e molto opportune)

Per aumentare il peso elettorale dei giovani italiani, altre riforma dell’elettorato attivo e passivo ci sembrano assai più urgenti, in particolare con riferimento al Senato. Oggi l’età minima per essere eletti senatori è di quarant’anni, mentre i votanti per il Senato debbono averne compiuti venticinque. Per contro i deputati, che debbono avere almeno venticinque anni, vengono eletti da chi ha compiuto il diciottesimo compleanno. Questa differenza fra i due rami del Parlamento porta a due gravi distorsioni. In primo luogo, la diversità fra i due elettorati attivi può generare maggioranze diverse nelle due Camere, complicando assai l’attività del Governo, e questo problema è ulteriormente accentuato dai due diversi sistemi elettorali di Camera e Senato. In secondo luogo, poiché in Italia vige il bicameralismo ripetitivo, ogni legge deve essere approvata in modo identico da Camera e Senato, e quindi i senatori ultraquarantenni hanno una sorta di “diritto di veto” anche sulle leggi che interessano i giovani.

Per dare più “potere” ai giovani e per evitare distorsioni nella rappresentanza, è urgente allineare gli elettorati – attivo e passivo – dei due rami del Parlamento, mediante le opportune riforme costituzionali.

Il voto agli stranieri?

Un altro deficit democratico tipico del nostro paese è la ritardata aggregazione al corpo elettorale dei cittadini stranieri, che possono votare ed essere eletti solo quando diventano cittadini italiani, ossia dopo almeno dieci anni di residenza continuativa in Italia e due-tre anni di successivo iter burocratico. In altri Paesi, i tempi sono molto più contenuti, e per le elezioni amministrative l’elettorato attivo spetta anche ai cittadini stranieri residenti da qualche anno: viene applicato il sacrosanto principio secondo cui quanti pagano le tasse e contribuiscono alla vita di una comunità hanno anche il diritto (e il dovere) di eleggerne gli organi di governo (No taxation without representation). Oggi in Italia risiedono quattro milioni di stranieri maggiorenni, e metà di loro ha meno di quarant’anni. Di conseguenza, modernizzando le leggi italiane sulla cittadinanza e allargando il diritto di voto agli stranieri per le elezioni amministrative, la rappresentanza delle coorti più giovani verrebbe notevolmente accresciuta.

Il voto ai sedicenni

Per inciso, si verifica in Italia un’ulteriore distorsione, poco nota. Il numero dei deputati e dei senatori che spettano a ogni regione viene stabilito guardando alla numerosità non del corpo elettorale, ma della popolazione legale, stabilita a ogni censimento, e tale popolazione include anche gli stranieri. Alle elezioni politiche del 2013 e del 2018, quindi, sulla base del Censimento del 2011, essendo il numero totale dei deputati e senatori fissato dalla Costituzione, i parlamentari del Centro-Nord furono incrementati, e quelli delle regioni del Mezzogiorno diminuiti.

Quindi, le regioni con un maggior numero di stranieri eleggono ora un maggior numero di parlamentari, ma senza che gli stranieri stessi abbiano voce in capitolo per determinare la loro elezione, e – naturalmente – senza poter essere eletti nelle pubbliche assemblee. Una cosa simile avviene per la determinazione della numerosità di un consiglio comunale: il numero di consiglieri è legato alla popolazione legale, che include gli stranieri, ma gli stranieri non comunitari non fanno parte né dell’elettorato attivo né di quello passivo. 

poiché gli stranieri sono molto più giovani degli italiani, questi meccanismi si traducono in sovra-rappresentanza degli anziani e sotto-rappresentanza delle coorti giovanili

Il valore simbolico del voto ai sedicenni

Al di là di queste importanti e urgenti modifiche istituzionali, l’opportunità di estendere il voto ai sedicenni va attentamente considerata. Come abbiamo visto, l’abbassamento della maggior età e il conseguente voto ai giovani venne introdotto in tutto l’Occidente in un periodo di accentuata enfasi sul ruolo trascinatore e innovatore dei giovani sulla vita collettiva, sulla spinta di una loro maggior scolarizzazione e partecipazione alla vita pubblica. L’allargamento ai sedicenni potrebbe avere oggi, innanzitutto, giustificazioni demografiche, per contrastare l’invecchiamento del corpo elettorale, dovuto al mix tra denatalità e aspettativa prolungata di vita per i baby boomers, che creerà nei prossimi decenni un deficit crescente di potere democratico per le coorti giovanili. Ma vi possono essere anche motivazioni culturali ( promuovere l’innovazione, dando voce elettorale ai nativi digitali) ed educative, per spingere gli adolescenti, che dispongono oggi di una possibilità enorme di acquisire informazioni, di farsi presto carico dalla complessità della vita collettiva e del senso della vita democratica.

È vero che le coorti di età non sono gruppi sociali statici, ma semplici stadi che tutti noi “attraversiamo” e che le condizioni di salute stanno cambiando il concetto stesso di vecchiaia – come dimostra il 78enne Joe Biden, il presidente più anziano nella storia degli Stati Uniti – ma il succo del problema non cambia: il potere democratico di voto è e sarà sempre più saldamente in mano nelle mani di uomini e donne non più giovani, cioè di coloro per i quali le conseguenze delle scelte politiche attuali avranno un impatto meno prolungato nel tempo. Il voto ai sedicenni, anche se scalfirebbe appena la crescente maggioranza degli elettori con i capelli grigi, potrebbe essere un segnale importante per una società rivolta più al futuro che al passato.

per saperne di più

Craig Berry, The rise of gerontocracy? Addressing the intergenerational democratic deficit, Intergenerational Foundation, 2012,
scarica il pdf

Jan Eichhorn, Johannes Bergh (eds.), Lowering the Voting Age to 16. Learning from Real Experiences Worldwide, Palgrave Macmillan, 2020

Giovanni Levi, Jean-Claude Schmitt (a c. di), Storia dei giovani, Roma-Bari, Laterza, 1994, 2 voll.

Voto ai sedicenni negli altri paesi
a cura delle Redazione Civitas

Ecco i paesi dove i 16enni possono già votare

In Austria il voto dei sedicenni è realtà dal 2007
Nel 2007, come ricorda Agi, il consiglio dei ministri austriaco ha dato il via libera all’abbassamento dell’età per il diritto di voto. I sedicenni possono esercitarlo in tutte le elezioni. Per poter essere eletti bisogna avere almeno 18 (35 per diventare presidente della Repubblica). La maggiore età è rimasta a 18 anni.

In Scozia non hanno votato al referendum sulla Brexit
In Scozia gli under 18 hanno potuto votare al Referendum per l’Indipendenza del 2014 . I 16enni non hanno potuto votare in occasione del referendum sulla Brexit, scelta che ha destato polemiche. Dal 2015, i più giovani possono esprimere il loro voto in tutte le consultazioni politiche (nazionali e locali) del loro Paese.

In Germania possibilità concessa in alcuni Länder
In Germania il diritto di voto ai 16enni è garantito nelle elezioni dei Parlamenti di alcuni Länder.

In Norvegia un esperimento
Nel 2011 la Norvegia ha fatto una sperimentazione estendendo il diritto ai 16enni per le elezioni locali.

I casi fuori dai confini europei
Tra i Paesi extra-europei che permettono il voto ai sedicenni, l’Argentina e il Brasile, Paesi in cui il voto nella fascia 18-70 anni è obbligatorio e chi si sottrae rischia una multa. Le urne sono aperte ai sedicenni anche a Cuba, in Ecuador - che prevede voto obbligatorio da 18 a 65 anni - e in Nicaragua. Cinque Paesi prevedono il voto a 17 anni: Timor Est, Etiopia, Indonesia, Corea del Nord, Sudan e Sud Sudan.

informazioni tratte dal Il Sole24Ore

e in Italia?
Fino ad ora l’elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati si sono sempre svolte secondo regole differenti, ed è proprio la Costituzione a stabilirlo con art. 56 cost. e art. 58 cost.  Il primo prevede che si può votare alla Camera a 18 anni ed essere eletti deputati a 25 anni; il secondo che si possa votare al Senato a 25 anni e diventare senatori dopo i 40. La notevole differenza tra i limiti di età previsti per le due camere rispondeva ad un’esigenza - molto diffusa ai tempi dei costituenti - di assicurare maggior consapevolezza politica per quanto riguarda l’elezione del Senato. Ciò perché alla Camera “alta” erano conferiti tradizionalmente maggior prestigio e responsabilità. Oggi questa distinzione è caduta, e quindi la sproporzione di età tra le Camere non ha più ragione di esistere, da ciò nasce il ddl che amplia l’elettorato in Senato. Senza contare che se la riforma fosse approvata si avrebbero ben 4 milioni di elettori in più, un numero che potrebbe fare la differenza e incidere sul risultato delle prossime elezioni. Nel suo discorso all’Assemblea nazionale del Partito Democratico di domenica, prima di essere eletto segretario, Enrico Letta ha proposto di dare il diritto di voto a chi ha compiuto 16 anni. L’idea non è nuova: Letta l’aveva proposta anche nel 2019, riprendendo Walter Veltroni che l’aveva lanciata nel 2007 quando divenne segretario del Partito Democratico. Nel 2015 la Lega Nord presentò una proposta di legge costituzionale a riguardo, e la stessa iniziativa era stata avanzata anche dai Socialisti. Da anni esiste un dibattito sulla questione, con autorevoli posizioni e argomentazioni pro e contro.

Non si dovrà più aspettare di avere 25 anni per eleggere i senatori, basterà averne 18, esattamente come accade già per la Camera. Palazzo Madama ha approvato infatti in via definitiva (salvo improbabili bocciature referendarie) la riforma costituzionale che equipara anagraficamente la platea elettorale dei due rami del Parlamento. La legge ha due effetti rilevanti e indubbiamente positivi: da una parte riconosce una piena partecipazione dei giovani alla vita politica italiana, portando a compimento una riforma di cui si parla da circa 40 anni; dall'altra uniformando l'elettorato evita il rischio che si formino maggioranze diverse tra Camera e Senato. (continua a leggere)

vedi su Civitas Il Parlamento

Come si vede l'età prevalente nei diversi paesi del mondo è 18 anni, la cartina mostra le eccezioni; se volete vedere la cartina interattiva andate al

sito SKY TG 24


È il momento del voto a 16 anni. Anzi, anticipiamo anche l'Erasmus

26 aprile 2021 - HuffPost - Diletta Dini - Membro della Redazione di Yezers

Il 21 ottobre 2019, appena quattro mesi prima del lockdown, la redazione di Yezers trasse spunto da una proposta di Enrico Letta, allora Dean (preside) della School of International Affairs di SciencesPo a Parigi, e pubblicò l’articolo “Voto a 16 anni? Sì, grazie”. In quell’articolo Yezers ricordava la ragione basilare per cui concedere il voto ai sedicenni: nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo decadono a quell’età gli obblighi scolastici, si è nella condizione giuridica di poter lavorare e pagare le tasse, e decidere come impiegarle (no taxation without representation) è un requisito minimo di intelligenza democratica. 

Poi è arrivato il coronavirus. E quanto è apparso distante quel tema nel triste periodo della pandemia, con il contagio che si diffondeva, mese dopo mese, in entrambi gli emisferi, e i mercati che via via si bloccavano provocando la più imprevista e paralizzante depressione dell’era moderna! A quattordici mesi dall’ufficializzazione della pandemia da parte dell’OMS, la gravità del quadro non si è affatto attenuata, e non sembrava, dunque, che il discorso del voto a 16 anni potesse tornare di attualità. 

Invece dobbiamo ringraziare ancora Enrico Letta (nel frattempo tornato a rivestire un incarico politico) per averlo rilanciato con energia nelle scorse settimane in occasione di un intervento web a Didacta, l’edizione italiana della Fiera internazionale dedicata alla formazione. Letta non si è limitato a riproporlo, ma lo ha indicato come una delle priorità per affrontare positivamente  il necessario processo di modernizzazione del nostro Paese.

Purtroppo quella del voto a 16 anni è una questione controversa in sé, viene vissuta in modo ostile da ogni mentalità conservatrice, ed è piovuta nel programmatico fuoco di sbarramento che, a prescindere dal merito, i partiti fanno alle rispettive proposte. Così è stata da più parti liquidata in modo frettoloso, con l’asserzione che adesso bisogna occuparsi di altro.

La cosa purtroppo non stupisce: per rendersi conto di quanto poco i giovani siano considerati una priorità dalla classe dirigente di questo Paese, basta pensare alla latitanza di un pilastro “giovani” all’interno di quello che dovrebbe essere un Next Generation Eu italiano e che invece risulta un Piano nazionale di ripresa e resilienza dimentico delle future generazioni. Noi crediamo invece che la questione generazionale e gli aspetti simbolici legati al limite dei 16 anni siano proprio oggi di straordinaria attualità, e che sia esattamente questo il momento per occuparsene.

....

Voto a 16 anni ed Erasmus a 16 anni, dunque, inseriti all’interno di una valorizzazione del ruolo e dell’impegno dei giovani nel nostro Paese. Le buone idee, come si vede, non mancano. Vedremo ora, ma la cosa riguarda in primo luogo noi stessi, se emergerà sufficiente energia politica per affermarle.  (continua a leggere)