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Le forme di rappresentanza negli altri Paesi

Le forme di rappresentanza negli altri Paesi

da | 20 Ott 2020 | istituzioni, forme di rappresentanza, parlamento

Le forme di rappresentanza negli altri Paesi
Le forme di rappresentanza negli altri Paesi. Negli ordinamenti costituzionali contemporanei, possono essere individuati diversi modelli organizzativi di Parlamento. L’alternativa principale è quella fra un modello di Parlamento composto da una sola Camera e un modello di Parlamento composto da due Camere. Il modello monocamerale è adottato soprattutto da Stati di dimensioni ridotte per popolazione e territorio, come ad esempio il Portogallo, la Grecia, l'Ungheria, la Danimarca e la Nuova Zelanda. È un modello di Parlamento che si rifà all'idea di Assemblea nazionale unica, propria della Rivoluzione francese.

 

Le forme di rappresentanza negli altri Paesi

Accanto agli stati di piccole dimensioni, l’unica eccezione è quella della Cina, che presenta un’unica Assemblea nazionale composta da quasi 3.000 membri. Si tratta del più grande Parlamento del mondo per numero di rappresentanti; se vuoi l'elenco degli stati monocamerali click sull'immagine per ingrandirla, oppure vedi su Wikipedia- 

Le forme di rappresentanza negli altri Paesi

Il modello bicamerale è attualmente il modello maggiormente diffuso. È adottato da Stati come la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, l’Italia, gli Stati Uniti, il Canada, il Brasile, l’Argentina e la Russia. Sono presenti, tuttavia, diverse possibili varianti del modello bicamerale.

Nella maggior parte degli Stati, la seconda Camera del Parlamento è rappresentativa dei territori. È il caso ad esempio degli Stati Uniti e della Germania, dove la seconda camera rappresenta gli Stati dell’Unione e i Lander della Federazione. 

In alcuni casi eccezionali, la seconda camera rappresenta diverse categorie sociali. È il caso ad esempio dell’Irlanda, dove la seconda camera è composta da membri rappresentativi delle università, del mondo della cultura, del lavoro, del commercio, dell’industria e dell’agricoltura.

Le forme di rappresentanza negli altri PaesiUn caso a sé stante è costituito dal Parlamento dell’Unione Europea, organo parlamentare rappresentativo di una pluralità di Stati. Si tratta di un esempio di assemblea parlamentare unico nel suo genere. È eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri dell’Unione. È un’istituzione che ha rivestito e riveste un ruolo fondamentale nel processo di integrazione fra gli Stati europei.

La presenza femminile in Parlamento
(a cura della Redazione di Civitas)

La presenza femminile nei posti chiave della società civile, quali i consigli di amministrazione, il ruolo di amministratore delegato, ecc.., e nel mondo della politica (parlamento, commissioni parlamentari, governo, ecc..) è l’immagine del profondo divario che esiste, da tempo e tuttora tra donne e uomini: è così in Italia; una nazione dove non si è mai registrata la presenza di una donna nel ruolo di Presidente della Repubblica o di Primo Ministro, ma è così nei vari paesi dell’Unione Europea e nel resto del mondo.

Naturalmente, e per fortuna aggiungiamo, il quadro non è completamente omogeneo; per restare in casa, con la recente elezione (gennaio 2021) a capo del governo estone di Kaja Kallas sale a 4 il numero di donne che occupano posizioni di vertice nei governi: oltre alla Kallas troviamo Sanna Marin, la premier finlandese che è anche la più giovane leader del mondo, Magdalena Andersson è il primo ministro donna nella storia della Svezia, per arrivare a Mette Frederiksen, la ministra di Stato della Danimarca dal 27 giugno del 2019.

Citiamo anche, anche se la nazione non è membra dell’Unione, Katrín Jakobsdóttir, il Primo Ministro dell'Islanda dal 30 novembre del 2017; e naturalmente non possiamo dimenticare Ursula von der Leyen, presidente della Commissione a Bruxelles, e Roberta Metsola presidente del Parlamento Europea, succeduta a David Sassoli, scomparso nel 2021 .

Ovviamente il tema del divario di genere, del divario, cioè, che discrimina il ruolo e l’importanza delle donne nei diversi paesi è troppo complesso e delicato per essere trattato nell’ambito di questo articolo incentrato sulle forme di rappresentanza politica nei varie nazioni.

Per questi motivi ci limiteremo ad analizzare lo scenario dei seggi occupati nel parlamento dalle donne e lo faremo ricorrendo ai data base resi disponibili dalla Banca Mondiale (i c.d. World Development Indicators) e ai grafici interattivi messi a disposizione da Our World in Data.

È opportuno fare una precisazione sui limiti del data base che trattano questo argomento: i parlamenti nazionali possono essere bicamerali o unicamerali; l’indicatore impiegato copre la camera singola nei parlamenti unicamerali e la camera bassa nei parlamenti bicamerali. Non copre quindi la camera alta dei parlamenti bicamerali, per maggiori dettagli di natura metodologica potete consultare il riquadro sottostante aprendo la finestra

aspetti di metodo sulla banca dati Word Bank

Le donne nei parlamenti sono la percentuale di seggi parlamentari in una camera singola o inferiore detenuti da donne.

Limitazioni ed eccezioni: Il numero di Paesi coperti varia con le sospensioni o gli scioglimenti dei parlamenti. Può essere difficile ottenere informazioni sui risultati delle elezioni suppletive e sulle sostituzioni dovute a morte o dimissioni. Questi cambiamenti sono eventi ad hoc di cui è più difficile tenere traccia. Le elezioni suppletive, ad esempio, spesso non vengono annunciate a livello internazionale come le elezioni generali. I parlamenti variano notevolmente nel loro funzionamento interno e nelle procedure, ma in genere legiferano, supervisionano il governo e rappresentano gli elettori. In termini di misurazione del contributo delle donne al processo decisionale politico, questo indicatore potrebbe non essere sufficiente, perché alcune donne potrebbero incontrare ostacoli nello svolgimento pieno ed efficiente del loro mandato parlamentare.

I dati sono compilati dall'Unione interparlamentare sulla base delle informazioni fornite dai parlamenti nazionali. Le percentuali non tengono conto del caso di parlamenti per i quali non erano disponibili dati a quella data. Le informazioni sono disponibili in tutti i Paesi in cui esiste un'assemblea legislativa nazionale e quindi non includono i parlamenti sciolti o sospesi a tempo indeterminato.

Concetto statistico e metodologia: La percentuale di seggi occupati da donne nei parlamenti nazionali è il numero di seggi occupati da donne nelle camere singole o inferiori dei parlamenti nazionali, espresso come percentuale di tutti i seggi occupati; si ottiene dividendo il numero totale di seggi occupati da donne per il numero totale di seggi in parlamento.

I parlamenti nazionali possono essere bicamerali o unicamerali. Questo indicatore copre la camera singola nei parlamenti unicamerali e la camera bassa nei parlamenti bicamerali. Non copre la camera alta dei parlamenti bicamerali. I seggi sono solitamente conquistati dai deputati nelle elezioni parlamentari generali. I seggi possono essere occupati anche tramite nomina, designazione, elezione indiretta, rotazione dei membri e elezioni suppletive. I seggi si riferiscono al numero di mandati parlamentari o al numero di membri del Parlamento.

La tabella interattiva sui seggi ricoperti da donne

Nel seguito mostriamo la tabella di Our World in Data basata sui dati della Banca Mondiale. I dati censiti dalla Banca Mondiale ricoprono un arco temporale piuttosto lungo (25 anni dal 1997 al 2021); nelle nostre analisi ci siamo focalizzati all’anno 2021 e per ogni paese abbiamo calcolato anche la variazione rispetto alla situazione del 2010. È possibile scaricare la banca dati, in formato CSV, ricorrendo alla voce di menù Download; mentre è possibile scaricare una vista semplificata, elaborata da Civitas.

Percentuale di seggi occupati da donne nei parlamenti nazionali parlamenti nazionali, dal 1997 al 2021
la proporzione di donne nei parlamenti nazionali è definita come la percentuale di seggi parlamentari, in una camera singola o inferiore detenuta da donne.

che cosa è il portale Our World in Data

OurWorldInData è un sito di pubblicazione scientifica appartenente alla categoria della Editoria digitale che presenta ricerche empiriche e dati che mostrano come stanno cambiando le condizioni di vita nel mondo. Questa pubblicazione web sullo sviluppo globale comunica questa conoscenza empirica per mezzo di visualizzazioni di dati interattive (diagrammi e mappe) e presenta le scoperte sullo sviluppo che spiegano cosa provoca i cambiamenti che osserviamo e quali sono le conseguenze di questi cambiamenti.

I grafici mostrano dati interessanti relativi a diversi paesi del mondo; le modalità di visualizzazione sono tre: CHART, MAP e TABLE.

  • CHART mostra i dati come grafico nel tempo, in questo caso è possibile aggiungere altre nazioni rispetto a quelle mostrate inizialmente; con il comando ±add country  è possibile aggiungere (ma anche togliere)  qualche paese (Italia, Francia e Germania ad esempio).
  • MAP i dati sono mostrati sulla mappa mondiale assegnando ad ogni paese un colore che simboleggia l'intensità della violazione, con un azione di mouse over compaio altri dati relativi al paese specifico
  • TABLE i dati sono visualizzati in tabella (e sono esportabile in formato CSV con il comando download
  • con il tasto  Le forme di rappresentanza negli altri Paesiil grafico (sia CHART che MAP) viene animato( nel tempo)

 

Quanto inquina InternetL'obiettivo è mostrare come il mondo sta cambiando e perché. La pubblicazione è sviluppata all'Università di Oxford ed il suo autore è Max Roser, storico sociale ed economista dello sviluppo. Copre una vasta gamma di argomenti in molte discipline accademiche: le tendenze riguardo a salute, risorse alimentari, crescita e distribuzione della ricchezza, violenza, diritti, guerre, cultura, consumo di energia, istruzione, e cambiamento ambientale. Coprire tutti questi aspetti in una sola risorsa rende possibile capire come le tendenze a lungo termine osservate siano interconnesse.

La ricerca sullo sviluppo globale viene presentata ad un pubblico di curiosi, giornalisti, accademici e persone che devono prendere decisioni strategiche. Gli articoli hanno dei riferimenti incrociati tra di loro far capire cosa provoca le tendenze a lungo termine osservate. Per ogni argomento viene discussa la qualità dei dati e, indicando le fonti al visitatore, il sito agisce come database di database – un meta-database.

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8 raggruppamenti di paesi

Abbiamo analizzato 8 raggruppamenti di nazioni e segnatamente: il mondo (189 paesi), i 5 continenti Europa, America, Africa, Asia e Oceania, e due raggruppamenti non geografici rappresentati da Unione Europea (27 paesi) e G20 (19). Per ogni raggruppamento la specifica tavola mostra: il nome del gruppo, il totale dei paesi, la eventuale posizione dell’Italia, la percentuale media di donne  in Parlamento e breve elenco dei migliori paesi (quelli con la percentuale più alta) e dei peggiori.

Mostriamo l’esempio di due gruppi: il mondo e il G20; mentre se vuoi vedere il report completo click qui

Mondo
paesi: 189
posizione Italia: 41°
percentuale media: 24,7%
i migliori: Ruanda (61,2), Cuba (53,4), Nicaragua (50,5), Emirati Arabi Uniti (50,0), Messico (50,0), Nuova Zelanda (49,2), Islanda (47,6), Svezia (47,0), Grenada (46,7), Sudafrica (46,6), Andorra (46,4), Bolivia (46,1)
i peggiori:  Papua Nuova Guinea (0,0), Tonga (0,0), Yemen (0,0), Vanuatu (0,0), Kuwait (1,5), Oman (2,3), Nigeria (3,6), Qatar (4,4), Maldive (4,6), Libano (4,7), Sri Lanka (5,4), Iran (5,6), Isole Marshall (6,0)

G20
paesi: 19
posizione Italia:
percentuale media: 28,0%
i migliori: Messico (50,0), Sudafrica (46,6), Argentina (44,7), Francia (39,5), Italia (35,7)

 

i peggiori: Giappone (9,7), India (14,4), Brasile (15,2), Russia (16,2), Turchia (17,3), Corea del Sud (19,0), Arabia Saudita (19,8)

Quali chiavi di lettura

Ma come  è possibile interpretare questi dati? che cosa stanno a significare percentuali alte di presenza femminile? Non è sicuramente facile, si può forse dire che quasi sicuramente percentuali basse rappresentano una condizione fortemente sfavorevole per le donne, mentre non sempre a quelle alte corrisponda una situazione contraria. Non esiste nemmeno una correlazione tra sviluppo, ricchezza e percentuale alta di donne; probabilmente valgono altri atavici elementi culturali che affondano le radici nel passato.

Ruanda capolista mondiale, un esempio da seguire?
Venticinque anni dopo l’indicibile genocidio di cui è stato teatro: la maggioranza Hutu trucidò oltre 800 000 persone, circa il 70 per cento della minoranza Tutsi, ma anche molti membri di etnia Twa e Hutu; il Ruanda oggi brilla per il parlamento con la maggior presenza femminile al mondo. Nei primi anni dopo il genocidio i due terzi dei sopravvissuti erano donne", afferma Kanakuze (fondatrice del movimento pro-femmes). "Non solo per noi, ma anche per il Governo e in fondo per tutti i sopravvissuti, era chiaro che avremmo dovuto superare ogni genere di discriminazione. In ogni caso la percentuale alta di donne in Parlamento è un aspetto positivo, anche se le minoranze (politiche) femminili non se la passano affatto bene.

Jeane d’Arc Kanakuze

Jeanne d'Arc Kanakuze - ESIDJeanne è una consulente indipendente ruandese che dal 1995 collabora con organizzazioni locali e internazionali su questioni di genere, trasformazione dei conflitti e costruzione della pace. Jeanne sta conducendo una ricerca in Ruanda per il progetto di ricerca di ESID su Genere e insediamento politico. Jeanne è formatrice nazionale per le donne candidate alle elezioni parlamentari e attualmente collabora come consulente con il Ministero per la promozione della famiglia e del genere e con il programma Mentorship e Leadership femminile. Jeanne è anche presidente di Pro-Femmes Twese Hamwe, un ombrello di 61 organizzazioni che si occupano di questioni di genere.

Giappone
Nonostante il Giappone sia uno dei paesi più sviluppati al mondo, dal punto di vista della parità di genere il paese risulta essere molto arretrato: la lotta per l'emancipazione femminile è ancora lunga. Originariamente le donne godevano di grande stima e reputazione, tuttavia l'avvento del Confucianesimo influenzò negativamente la concezione della figura femminile: questa dottrina declassava infatti le donne che venivano considerate esseri inferiori, i cui doveri erano badare alla famiglia, educare i figli ed essere rispettose verso il marito.

Purtroppo ancora oggi nella società odierna giapponese ci sono ancora molte disuguaglianze di genere: rimane sempre elevato il numero di donne che abbandona il proprio lavoro dopo il matrimonio per dedicarsi completamente alla cura della casa e all'educazione dei figli, cercando lavoretti part-time una volta che i bambini iniziano ad andare a scuola; tuttavia vi sono alcune che continuano a lavorare anche dopo il matrimonio, a volte aprendo un'attività in proprio. Colpisce anche la bassissima percentuale di donne presenti nel parlamento Giapponese (sotto il 10%), tanto che questo paese occupa l’ultimo posto nel gruppo G20 e il 164° posto nella classifica mondiale (su 189 posizioni).

E' del tutto evidente che non è questa la sede per affrontare una seria e credibile analisi della condizione sociale della donna in Giappone, poiché l'ambito di  questo articolo è circoscritto dal perimetro della presenza femminile nelle forme di rappresentanza politica. Chi avesse intenzione di affrontare questo tema così complesso deve sicuramente armarsi di molta pazienza e impegno, e vale forse la pena di ricordare che analizzare la condizione femminile in un grande paese quale è il Giappone e utilizzare, per questo, i canoni della cultura europea. potrebbe rivelarsi una scelta poco felice,

 

Europa, UE, e Italia

Anche se l’Italia, su questo tema, occupa una non prestigiosa posizione nel mondo (41esima), tutto sommato molti paesi del Nord Europa occidentale si sono spesso posizionati nella parte alta della classifica, e ci riferiamo in particolare a Svezia, Norvegia, Finlandia, anche se negli ultimi anni hanno perso qualche posizione. A riprova di questo possiamo constatare che l’Europa e la UE sono i raggruppamenti che presentano i valori più alti della percentuale media di donne in Parlamento: 30,7 e 30,6.

Le forme di rappresentanza negli altri Paesi

Non tragga in inganno la percentuale bassa (11,7) dell’Oceania; in realtà la media aritmetica (e non quella pesata) fa sì che le buone percentuali della Australia (31,1) e della Nuova Zelanda (49,1) vengano trascinate in basso dalle percentuali degli altri 11 paesi (Fiji, Isole Marshall, Micronesia, Palau, ecc..).

 

Il Parlamento Europeo

Nei data base della Banca Mondiale non compaiono i dati relativi al Parlamento della Unione Europea e, per questi, abbiamo fatto ricorso a quelli resi disponibili dalla Commissione e da Eurostat.

Come era tutto sommato prevedibile, la composizione del Parlamento Europeo, in termini uomo/donna, riflette abbastanza da vicino quella dei singoli paesi membri; e questo salvo qualche rara, ma poco significativa eccezione quale quella di Cipro che, avendo una percentuale (piccola) di donne nel parlamento nazionale (14%), è l’unico dei paesi membri che non invia nemmeno una donna a Bruxelles (o Strasburgo); a parte questo fatto singolare la crescita nel tempo della presenza femminile è quella mostrata nella tabella sottostante

Le forme di rappresentanza negli altri Paesi

Conclusioni

Un solo fatto forse da segnalare: mentre la media delle donne è, come abbiamo visto in precedenza, del 30% nei parlamenti nazionali, nel Parlamento Europeo raggiunge il 39,3%, con un incremento di quasi 10 punti base.

Hanno un significato questi 10 punti in più? Forse no ed è solo un caso; oppure i partiti politici dei vari paesi, consapevoli dell’importanza delle istituzioni europee, decidono di mandarci più donne; oppure gli stessi organismi decidono di diminuire le pressione delle donne nelle competizioni nazionali e le relegano il più lontano possibile; mah ricorriamo ad una frase, ormai famosa e attribuita ad uno dei principali esponenti della politica italiana (scomparso nel 2013): a pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca.

E’ però abbastanza vero che l’Unione Europea e la Commissione in particolare si adoperano seriamente da anni per diminuire il divario di genere sia nell’ambito del lavoro in generale sia nell’ambito della presenza politica, e di questo ci sono molte testimonianze (si veda ad esempio La lotta per l’uguaglianza di genere: cosa fa il Parlamento europeo); ma resta pur sempre valido l’articolo 57 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che recita “Ciascuno Stato membro assicura l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore