Studiare economia a scuola?

da | 24 Mag 2020 | economia, educazione, insegnamento | 0 commenti

aggiornamento
ottobre 2020

Dai primi anni cinquanta la teoria economica ha mutato pelle più volte, e non ha sempre dato buona prova di sé, al di qua come al di là dell’Atlantico. Ma le oscillazioni del pendolo fra paradigmi teorici diversi sono sempre state accompagnate dalla costante, progressiva, inesorabile colonizzazione della conversazione collettiva da parte di argomenti usciti dalla “fabbrica delle idee” degli economisti.

L’era del coronavirus non fa eccezione. Giornali, telegiornali, siti internet traboccano di articoli su spreadQuantitative EasingRecovery Fund, eccetera. In Italia la discussione sui temi economici, o economico-istituzionali, sembra ancora più animata che altrove: basti pensare alla guerra di religione in corso sul Meccanismo Europeo di Stabilità.

Peccato che la gran parte dei cittadini abbia spesso pochissimi strumenti per orientarsi in questi dibattiti. Certo non aiuta il fatto che fra le poche fortezze rimaste ancora praticamente impenetrabili all’assalto degli economisti ci sia la scuola italiana, pur estremamente meritevole su molti altri fronti. Con l’eccezione di alcuni istituti tecnici, la scuola secondaria superiore in Italia non fornisce insegnamenti di economia. Col risultato che agli studenti è richiesto di conoscere le vicende della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), ma non di comprendere le vicende dei nostri giorni, in cui un annuncio del presidente della Banca Centrale Europea può dominare il dibattito politico per intere settimane, o mesi, o addirittura anni (è il caso, ad esempio, del whatever it takes di Mario Draghi).

 

 

Fornire agli studenti una alfabetizzazione economica e finanziaria di base significherebbe formare cittadini e professionisti più consapevoli. E anche tutelare quei settori sociali più esposti a cadere vittime dell’asimmetria fra “chi sa” (o può pagare “chi sa” per “sapere al suo posto”) e “chi non sa”: i recenti crack bancari in Italia hanno sollevato il velo su comportamenti spesso scorretti degli istituti di credito, ma anche sulla sconcertante inconsapevolezza di molti risparmiatori sui rischi connessi ai propri investimenti.

C’è una obiezione che a volte si muove all’insegnamento dell’economia nelle scuole, ma che forse trova le proprie origini in una critica della disciplina economica in sé, o meglio dello stato dell’arte della teoria economia prevalente. Lungi dal promuovere maggiore capacità di analisi della realtà e spirito critico, l’economia “dei manuali” prende spesso le forme di un esercizio astratto e autoreferenziale, o peggio di una celebrazione acritica di discutibili – e per nulla scientifici – orientamenti ideologici. Non si tratta di una obiezione del tutto infondata. Ma questa è solo una parte della realtà. Ed è se mai un argomento per promuovere maggiore impegno, maggiore rigore e anche maggiore pluralismo nello studio e nell’insegnamento dell’economia.

A chi ancora diffida dell’opportunità di avvicinare i ragazzi delle scuole italiane allo studio dell’economia, perché in fondo diffida dell’economia “dei manuali”, si potrebbe ricordare la celebre provocazione di Joan Robinson, che certo non era da meno di Romer nella severità delle proprie critiche all’ortodossia del suo tempo: l’economia serve in primo luogo ad “apprendere come evitare di essere ingannati dagli economisti”.

Ora che hai letto la sintesi puoi leggere l'articolo completo di Emilio Carnevali apparso su Sbilanciamoci

o segui sullo stesso articolo gli aggiornamenti