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Prima conversazione gli interessi degli italiani

Prima conversazione gli interessi degli italiani

da | 15 Ago 2020 | dialoghi sull'europa, Europa, UE

Prima conversazione gli interessi degli italiani

Prima conversazione gli interessi degli italiani

tratti da Perché l’Europa. Dialogo con un giovane lettore, di  Antonio Padoa Schioppa


MARCO (M) Mi permette di proporle una serie di battute lampo che i populisti e i nazionalisti ripetono continuamente, chiedendoLe risposte altrettanto immediate?
ANTONIO (A) Proviamo...

M Prima gli interessi degli italiani, poi tutto il resto. Sì alla nazione, questa è la cosa fondamentale.
A
   Il punto è proprio questo: cosa è nell'interesse degli italiani? il sovranismo, cioè la pretesa che non vi sia alcuna autorità superiore rispetto alla sovranità nazionale, mette in primo piano obiettivi che apparentemente soddisfano interessi popolari e rispondono a insicurezze e reazioni dell'opinione pubblica - anzitutto sulla disoccupazione e sulla crisi migratoria - erroneamente sottovalutate sin qui. Ma solo apparentemente la chiusura delle frontiere e il ritorno all'autarchia rispondono all'interesse dei nostri cittadini. A medio e lungo termine l'interesse degli italiani (come pure l'interesse degli altri popoli europei) è di individuare un giusto equilibrio tra autonomia, libertà degli scambi e condivisione delle politiche in sede europea.


M Basta acquiescenza alle regole europee. Ritorniamo sovrani in casa nostra, lo dicono in tanti.
A
   Se ogni Paese dell'Unione adottasse questo principio, non risolverebbe le sfide che superano le dimensioni nazionali. E per più si ricreerebbe l'ideologia per la quale il vicino è potenzialmente nostro nemico. La ricetta del sovranismo va contro l'interesse dei nostri popoli.


M Vogliamo riconquistare una sovranità perduta, la sovranità italiana.
A La risposta è questa: nessun Paese europeo è ormai più sovrano, né potrà esserlo più, in un mondo globalizzato e multipolare in cui esistono Stati di dimensioni continentali. L'Unione europea è la sola via per recuperare una sovranità perduta. E nulla toglie alle identità e alle sovranità nazionali, per tutto ciò in cui queste possono e debbono mantenersi.

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M Basta immigrazioni. Gli immigrati tolgono il lavoro agli italiani, creano solo problemi. Vanno respinti!
A I migranti ci servono, eccome: badanti, operai, lavoratori agricoli, edili, senza gli immigrati andiamo a fondo. Senza nuovi immigrazioni in 40 anni l'Italia perderebbe la metà del Prodotto interno lordo (lo ha documentato la Banca d'Italia).


M Ma non sono comunque troppi? Uno ogni quattro italiani.
A Questo è un dato falso; è quanto un campione di cittadini ritiene che sia la percentuale degli immigrati. È il tasso di immigrazione percepito, non quello reale. La realtà è completamente diversa: la nostra quota di immigrati è oggi l’8,5 % della popolazione italiana. Ed è inferiore a quella della Francia, della Germania, del Belgio e di altri Paesi dell'Unione.


M Gli immigrati ci costano. Utilizzano le nostre strutture sanitarie. Frequentano gratuitamente le nostre scuole.
A Ma teniamo presente che le imposte versate dagli immigrati al fisco italiano ogni anno ammontano a 9 miliardi di euro.


M L'Italia si trova esposta per ragioni geografiche a flussi molto più elevati rispetto agli altri Paesi europei. Questo non è giusto. 
A E' vero, non è giusto. Ci vuole un controllo europeo e una responsabilità condivisa sulle immigrazioni: questo dobbiamo chiedere e ottenere, non le chiusure nazionali che vorrebbero i Paesi dell'Est europeo. I migranti regolari vanno istruiti e immessi nei mercato del lavoro.


M Il Paese è pieno di immigrati irregolari.
A Gli irregolari sono meno dell' 1% della popolazione. Sono comunque troppi, i migranti irregolari vanno respinti pur nel rispetto di procedure corrette. Ma su base europea, non su base nazionale. Ci vuole una frontiera esterna ai confini dell'Unione, debitamente organizzata e finanziata dall'Unione. E gli accessi vanno limitati intervenendo efficacemente nei Paesi di origine dei migranti: anche questo, su scala europea e non nazionale.

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M L'Italia regala all'Europa 20 miliardi all'anno. 
A Falso! Ne versa 14 e ne riceve quasi 12, che spesso non riesce a spendere per eccesso di burocrazia nazionale e per incapacità.


M Se serve agli italiani, anche le regole europee possono anzi debbono essere trasgredite. 
A Anzitutto le regole europee le abbiamo approvate anche noi. Possono essere cambiate, seguendo le procedure concordate, ma non violate unilateralmente da uno Stato membro dell'Unione europea. E poi, attenzione: se mettiamo in crisi la libera circolazione di merci e capitali, entra in crisi l'intera economia nazionale. Senza le regole europee sul mercato unico, da noi sottoscritte e presenti in Costituzione, l'Italia non potrebbe realizzare un volume di esportazione di centinaia di miliardi, all'anno! È questo che si vuole? Il collasso della nostra economia?


M Io sento dire che per abbassare il debito bisogna che l'economia cresca e per crescere bisogna investire, anche a costo di far salire il debito. 
A Quasi tutti gli economisti — e così pure le istituzioni internazionali indipendenti e le istituzioni europee — sono d'accordo sui primi due punti. Ma contestano recisamente la terza affermazione: non è aumentando il debito che l'economia cresce. Per crescere davvero, l'economia ha bisogno di due cose: investimenti pubblici con risorse vere e non con aumento dei debito, e più investimenti privati nazionali e stranieri, che ci saranno soltanto se ci sarà fiducia nei nostro Paese. La fiducia invece sta venendo meno. E questo è inaccettabile, se si pensa a quante energie sane ci sono in Italia.


M Non sono dunque i vincoli al bilancio che ci impediscono di crescere? 
A Controllare i nostri conti debito e il deficit — è indispensabile per noi, o meglio per i nostri tigli, per la loro sopravvivenza dignitosa, per non costringerli un giorno a sacrificare gran parte del loro stipendio per far sopravvivere i loro genitori e i loro nonni. Non perché ce lo chiede l'Europa. Se il debito è alto, occorre aumentare le tasse per pagare gli interessi necessari per farvi fronte. E diminuiscono le risorse per gli investimenti, per i servizi pubblici, per le future pensioni.

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