Sono fondate le ragioni per cui i paesi del Nord Europa diffidano di noi?

da | 7 Lug 2020 | Europa, paesi frugali, recovery fund, UE | 0 commenti

Uno degli ostacoli principali che il Recovery Fund sta incontrando lungo la sua strada è costituito dalla contrarietà, manifestata in particolare dai paesi del Nord Europa (e, nello specifico, dal quartetto di Stati membri definiti dalla stampa frugali in ragione della loro presunta tendenza al rigore fiscale), circa il sostegno finanziario post-pandemia da erogare, in misura rilevante, agli stati meridionali dell’Unione e, in particolare, all'Italia. Da un punto di vista politico, tale contrarietà sta determinando un parziale stallo nelle negoziazioni in corso presso il Consiglio Europeo.

In questo quadro, gli argomenti su cui si basa la contrarietà dei paesi del Nord e che riguardano la presunta incapacità dei paesi del Sud di gestire in modo oculato e responsabile le proprie finanze, meritano di essere vagliati, quanto meno per quanto concerne l'Italia, che è la più grande economia meridionale. Esamineremo qui cinque (pre)giudizi diffusi nelle opinioni pubbliche del Nord, smentiti dalla realtà.

liberamente tratto da un articolo di

Philipp Heimberger
Nikolaus Kowall

dal menabò eticaeconomia fondata da Luciano Barca

1. l’Italia ha vissuto e vive al di sopra dei propri mezzi

Il debito pubblico italiano è attualmente pari al 135% del Pil. Sulla base di tale dato viene spesso ripetuto che l’Italia tende a vivere (e, soprattutto, che ha vissuto) al di sopra dei propri mezzi. Questa convinzione è sbagliata. Il rapporto debito/Pil non dice infatti nulla circa i fondamentali complessivi di un’economia.

Ci si aspetta che un paese che ‘vive al di sopra dei propri mezzi’ mostri la tendenza a importare, per periodi di tempo significativamente lunghi, più beni e servizi di quanti non ne esporti. Di un paese, come l’Italia, che, invece, esporta più di quanto importa difficilmente si può dire che vive al di sopra dei propri mezzi. Infatti, dal 2012, l’Italia esporta più di quanto importa; ciò vuol dire che consuma meno di quanto produce. L’Italia vive quindi non al di sopra ma al di sotto dei propri mezzi.

2. l’Italia è piena di debiti

In Italia, il problema del debito è circoscritto al settore pubblico. I dati lo dimostrano con chiarezza: il livello del debito privato italiano è tra i più bassi registrati nei paesi OCSE. La questione del debito, quindi, andrebbe perlomeno circostanziata e non rappresentata come un malanno generalizzato all’intera economia italiana.

3. il debito pubblico italiano è dovuto alle eccessive spese dello stato

Da dove viene il debito pubblico italiano? L’origine del debito pubblico italiano è lontana, va ricercata in quello che è successo nel corso degli anni ’80, che possono essere considerati gli anni della politica spensierata (ovvero dell’uso della spesa pubblica a fini in parte assistenziali e comunque non idonei a rendere produttivamente e tecnologicamente virtuosa la trasformazione dell’economia italiana) e del drammatico aumento dei tassi d’interesse di riferimento, a livello internazionale, che hanno imposto allo Stato italiano un rimborso del debito sempre più oneroso. Analizzando la dinamica del bilancio pubblico italiano a partire dal 1992, si osserva come, al netto di tali interessi (saldo primario) esso sia rimasto sempre in attivo (ad eccezione dell’anno più duro della recente crisi finanziaria, il 2009).

Un avanzo primario positivo che paesi quali Germania e Austria hanno visto molto meno frequentemente. Sembrerebbe quindi che la frugalità abbia albergato ed alberghi più in Italia, perennemente additata come cicala, che non nelle presunte formiche d’oltralpe. Allo stesso tempo, tuttavia, l’onere annuale degli interessi sui vecchi debiti (quelli contratti durante gli anni ‘80) ha continuato ad incidere negativamente spingendo costantemente il saldo complessivo del bilancio statale italiano in territorio negativo. Un’ulteriore informazione, non meno rilevante e sempre collegata alla finanza pubblica, riguarda il fatto che l’Italia è stata finora anche un contributore netto al bilancio dell’UE (ovvero diamo all’Unione più soldi di quanti ne riceviamo)

4. l’Italia non ha fatto le riforme strutturali

Nel 2015, l’OCSE ha classificato gli “sforzi di riforma” dell’Italia come ‘significativamente superiori a quelli della Germania e della Francia’. L’economista olandese Servaas Storm è della stessa opinione. In un’indagine approfondita, Storm ha mostrato come l’Italia abbia aderito in modo molto più stringente alle indicazioni di riforma ed alle indicazioni di politica economica della UE di quanto non abbiano fatto Germania e Francia. Ciò si aggiunge a quanto già messo in luce poco fa: l’Italia si è caratterizzata per un’attitudine tra le più frugali (circa l’uso della spesa pubblica) tra quelle registrate in Europa nell’ultimo ventennio. Tutto questo zelo non sembra tuttavia avere particolarmente giovato all’economia italiana. La combinazione di avanzi primari e ‘riforme strutturali’, fondamentalmente orientate alla flessibilizzazione, ha contribuito a strozzare la crescita del paese.

Ci si è trovati di fronte a quello che la teoria definisce il “paradosso del risparmio”: l’eccesso di risparmio, proprio di un’attitudine austera (o frugale), si traduce in mancanza di investimenti e minori entrate per lo Stato. Tutto ciò mentre i tassi d’interesse continuano a far crescere il debito. Può sembrare una questione tecnica, ma…le conseguenze sono purtroppo molto concrete. Come l’economista tedesco Achim Truger ha recentemente mostrato, la forte contrazione degli investimenti pubblici ha influito negativamente sulla crescita della produttività in Italia.

Il risparmio aggregato è determinato dall'investimento aggregato (l'ente decide le quantità da investire del suo reddito e la quota restante consisterà nei risparmi) andando ad aumentare il reddito nel breve periodo. Questo comporta però, nel lungo periodo, una diminuzione di denaro circolante che andrà a ferire l'economia, abbassando gli investimenti. Si può riassumere la situazione dicendo che nel lungo periodo, più le famiglie risparmiano e più il reddito di equilibrio diminuisce

5. quella italiana è un’economia in declino che vive quasi solo di turismo

Nonostante la debole crescita, l’economia italiana continua a presentare alcuni significativi punti di forza. Non è principalmente di turismo, come alcune rappresentazioni caricaturali sembrano suggerire, che l’economia italiana vive. L’industria italiana, soprattutto grazie alla forza economica delle sue regioni settentrionali, è tuttora la seconda d’Europa – anche nel caso si consideri ancora la Gran Bretagna parte della UE.

In termini dimensionali, l’industria italiana mostra livelli produttivi inferiori solo a quelli della Germania, esporta molti più manufatti industriali di quanto non ne importi ed è la terza economia europea per quanto riguarda l’esportazione di tali beni, dopo Germania e Francia.

Il settore di gran lunga più importante per le esportazioni italiane è quello dell’ingegneria meccanica, che comprende da solo quasi un quinto delle esportazioni totali. Seguono le automobili (e i veicoli più in generale) e i prodotti farmaceutici. In termini di composizione, l’export italiano è praticamente identico a quello tedesco. I settori più attivi in termini di esportazioni vanno, secondo la classificazione OCSE, dalla “medio-alta” alla “alta tecnologia”.

La forza della struttura industriale italiana ed il suo relativo dinamismo costituiscono solo un esempio del grande potenziale economico di un paese, l’Italia, spesso rappresentato attraverso false (e pregiudizievoli) caricature che a tali capacità industriali ed economiche non rendono alcuna giustizia.

Conclusioni

L’immagine che i media, soprattutto quelli di lingua tedesca, forniscono dell’Italia, dunque, non sembra reggere la prova dei fatti. Angela Merkel e il suo ex ministro delle finanze dell’epoca, Wolfgang Schäuble, hanno dato libera circolazione a questi cliché dieci anni fa, durante la crisi finanziaria.

Oggi, dieci anni dopo e nel mezzo della pandemia da Covid-19, gli stessi attori sembrano accorgersi dei risultati nefasti prodotti dalle politiche che hanno così pervicacemente imposto al resto d’Europa. La situazione è di una gravità tale da mettere a repentaglio l’intera Unione.

Per questa ragione, la Germania sembra sconfessare se stessa proponendo ora una politica a carattere ridistributivo, basata sugli investimenti, in gran parte a favore del Sud. La costruzione di un consenso politico adeguato alla realizzazione di misure di dimensioni commisurabili alla sfida non è, tuttavia, un obiettivo semplice. Convincere le popolazioni dell’Europa settentrionale, subissate per anni da falsi stereotipi e pregiudizi, sarà un’operazione molto difficile. Il primo passo consiste nel liberarsi dei tossici pregiudizi riguardanti l’Europa meridionale e, in particolare, l’Italia che hanno sin qui infestato il Nord Europa.

               

dieci anni dopo e nel mezzo della pandemia da Covid-19, gli stessi attori sembrano accorgersi dei risultati nefasti prodotti dalle politiche che hanno così pervicacemente imposto al resto d’Europa

Si è concluso il Consiglio Europeo

Si è concluso in questi giorni (22 luglio 2020) il faticoso lavoro del Consiglio Europeo incentrato sul tema del Recovery Fund. Per la prima volta nella sua storia, dal primo gennaio 2021 l’Unione Europea raccoglierà delle entrate fiscali che non dovranno essere negoziate con singoli paesi: è un primo ma significativo passo per svincolarsi dalle eterne trattative sul bilancio pluriennale, e un modo per guadagnare sempre più sovranità.

Il bicchiere è mezzo pieno. Dopo quattro giorni e tre notti di negoziati – mancavano solo 25 minuti per battere un record che resiste dal 2000 – i capi di stato e di governo dell’Unione Europea riuniti nel Consiglio Europeo a Bruxelles hanno trovato un accordo sia sul Fondo per la ripresa, il principale strumento europeo per stimolare la ripresa economica dopo la pandemia da coronavirus, sia sul nuovo bilancio pluriennale dell’Unione che entrerà in vigore dal 2021.

Per come si erano messe le cose, non era affatto scontato che ci riuscissero: la distanza fra le posizioni iniziali era molto ampia e come in ogni trattativa delicata ci sono stati momenti di tensione, minacce di andarsene via in elicottero, coalizioni che si formano e si sciolgono, e un compromesso finale che lascia a tutti un po’ di amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere e non è stato.

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