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Il primo caso di suicidio medicalmente assistito in Italia

Il primo caso di suicidio medicalmente assistito in Italia

da | 8 Lug 2022 | aiuto al Suicidio, diritti, fine vita, suicidio

Il primo caso di suicidio medicalmente assistito in Italia

Il primo caso di suicidio medicalmente assistito in Italia. Nel primo articolo pubblicato su Civitas (dicembre 2019), Matilde Botto e Enrico Verdolini, trattavano un tema di bioetica importantissimo, il fine vita, seguendo l’iter del processo a Marco Cappato per l’aiuto al suicidio fornito, nel 2017, a Fabiano Antoniani (in arte Dj Fabo). Oggi riprendiamo il tema, alla luce dei molti eventi che si sono succeduti e del primo caso di suicidio medicalmente assistito nel nostro paese.

eravamo arrivati qua

Riassumiamo i fatti di allora: nel 2018 il processo a Marco Cappato si arresta per chiedere un parere alla Corte Costituzionale in merito all’articolo 580 del c.p.; la Corte concede al Parlamento un anno di tempo per legiferare in materia; il Parlamento non decide e la Consulta emette una storica sentenza (la 242 del 2019) in cui si dichiara che l’art. 580 è parzialmente in contrasto con la Costituzione Italiana e che, di conseguenza, il suicidio medicalmente assistito è possibile anche in Italia, sotto determinate condizioni (leggi l'articolo). Gli effetti della sentenza 242 della Consulta si fanno sentire. Il 23 dicembre 2019, la Corte di Assise di Milano assolve Marco Cappato dall’accusa di illegittimo aiuto al suicidio di Dj Fabo perché il fatto non sussiste.

che cosa è successo dopo

Passano solo sette mesi (luglio 2020) e Mina Welby e Marco Cappato vengono assolti, dal tribunale di Massa e con le stesse motivazioni, dall’accusa di suicidio assistito per Davide Trentini.

Ma veniamo subito al fatto di questi giorni. Il 16 giugno 2022 è morto Federico Carboni, la prima persona ad aver chiesto e ottenuto di poter ricorrere al suicidio medicalmente assistito in Italia, sulla base della sentenza della Corte Costituzionale del 2019. La morte di Carboni, di cui solo dopo il decesso è stata resa pubblica l’identità, è stata comunicata dall’Associazione Luca Coscioni, che negli scorsi mesi lo aveva assistito nelle pratiche legali.

un percorso a ostacoli

Carboni aveva 44 anni e viveva a Senigallia, nelle Marche: era tetraplegico e immobilizzato da dieci anni a causa di un incidente stradale. L’autorizzazione al suicidio medicalmente assistito era arrivata lo scorso febbraio, dopo un lungo contenzioso legale, dovuto al fatto che, non essendo regolato per legge ma risultando ammissibile soltanto in base alla sentenza della Consulta, ogni singolo caso di richiesta di suicidio medicalmente assistito deve essere gestito dalle autorità sanitarie locali, con criteri difficili da individuare. Un disegno di legge sul tema, come raccontiamo sotto,  è stato approvato lo scorso marzo dalla Camera ed è attualmente in discussione presso le commissioni competenti del Senato, ma non è ancora stato calendarizzato per i lavori dell’Aula.

L’Associazione Luca Coscioni ha fatto sapere che Carboni è morto nella sua abitazione «dopo essersi auto somministrato il farmaco letale (tiopentone sodico) attraverso un macchinario apposito, costato circa 5.000 euro, interamente a suo carico», per il quale l’associazione aveva lanciato una raccolta fondi. Il tutto è avvenuto con la supervisiona tecnica di Mario Riccio, lo stesso anestesista coinvolto nel suicidio assistito di Piergiorgio Welby (dicembre 2006)

Perché è stato necessario raccogliere 5.000 euro da parte della Associazione Coscioni? dopo quasi due anni di azioni giudiziali e stragiudiziali da parte di Carboni e Associazione Coscioni, la ASUR Marche (Azienda Sanitaria Unica Regionale della regione Marche), rispondendo ai suoi obblighi amministrativi, ha finalmente indicato il nome del farmaco, ma si è rifiutata di acquistare il diffusore per la somministrazione del farmaco stesso.

e il Parlamento?

Ma inadempienze e ritardi non sono, in questa vicenda, prerogativa esclusiva dell’Azienda sanitaria marchigiana. Il tema vero, infatti, è la lentezza con la quale il Parlamento, dopo anni di inerzia, si sta muovendo sul piano legislativo.

Risale al 2018 la prima sollecitazione della Consulta al Parlamento a legiferare in materia. Nel mese di marzo 2022, la Camera ha dato semaforo verde alla legge sul fine vita con 253 voti a favore, 117 contrari e un'astensione. Ora la battaglia politica si sposta al Senato, dove il testo dovrà essere calendarizzato per il passaggio decisivo e dove continueranno a manifestarsi contrapposizioni nette. Per avere un’idea di quanto il tema sia dibattuto si pensi quanto rigide siano alcune posizioni assunte sul testo di legge, tanto da coloro che sono contrari, quanto dai sostenitori di una legislazione più lasca.

Un senatore della Lega, commentando il disegno di legge in discussione, ha asserito che il testo "che esce dalla Camera è iniquo, inaccettabile, apre all'eliminazione dei più deboli, fragili e indifesi. Oggi ha vinto la morte”

Sul fronte opposto, Marco Cappato ha affermato che “il testo approvato alla Camera e oggi in discussione al Senato non è un buon testo. Perché restringe il campo delle possibilità per accedere al suicidio assistito"

un senatore della Lega, commentando il disegno di legge in discussione ha affermato "Oggi ha vinto la morte"

la Consulta aveva bocciato il quesito referendario proposto dall'Associazione Coscioni

un referendum non pervenuto

Occorre poi ricordare che, nel frattempo, la Consulta aveva bocciato il quesito referendario proposto dall'Associazione Coscioni e appoggiato da una serie di associazioni. I motivi della decisione della Corte possono sintetizzarsi nella constatazione per cui la vittoria del “sì” con il quesito referendario proposto avrebbe creato un vuoto di tutela: le norme che sarebbero sopravvissute al referendum, infatti, ad avviso della Corte, non sarebbero state sufficienti ad assicurare la tutela minima delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili e, in quanto tali più deboli e più esposte.

Questo, soprattutto perché la norma che si voleva abrogare (parzialmente) ossia l’art. 579, comma 1, del codice penale (Omicidio del consenziente) in realtà non nasce come riferita solo ai casi di “eutanasia medica”, ma si rivolge a qualsiasi omicidio con il consenso della vittima: dunque si andava ad abrogare una noma dalla portata di tutela più estesa rispetto agli intenti referendari.

qualche chiarimento lessicale (e non solo)

Concludiamo con una precisazione terminologica forse necessaria. Spesso si usano le locuzioni eutanasia legale e aiuto al suicidio come equivalenti; a parte che il risultato è lo stesso ci sono alcune profonde differenze.

Il termine “eutanasia” significa letteralmente “buona morte” (dal greco eu-thanatos) e indica l’atto di procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di una persona che ne faccia esplicita richiesta.

Il suicidio medicalmente assistito è l’atto del porre fine alla propria esistenza in modo consapevole mediante l’auto somministrazione di dosi letali di farmaci da parte di un soggetto che viene appunto “assistito” da un medico o da un’altra figura che rende disponibili le sostanze necessarie. Di regola avviene in luoghi protetti dove soggetti terzi si occupano di assistere la persona per tutti gli aspetti correlati all’evento morte (ricovero, preparazione delle sostanze, gestione tecnica e legale post mortem).

In questi giorni si parla anche spesso di morte per sedazione palliativa profonda continua, questa sì regolata per legge (l.219/17), azione che si differenzia dal suicidio assistito per alcuni aspetti:

  1. i farmaci; nella sedazione palliativa si impiegano benzodiazepine e neurolettici, di regola in associazione con oppioidi; in caso di morte volontaria assistita si usano in genere barbiturici ad alte dosi.
  2. il tempo che intercorre tra la somministrazione del farmaco e il decesso: pochi minuti nel caso dell’eutanasia, massimo mezz’ora nel suicidio assistito, alcuni giorni nel caso della sedazione palliativa profonda.
  3. l’intenzione. nell’eutanasia e nel suicidio assistito l’intenzione è di porre termine alla vita, nel caso della sedazione palliativa è di “accompagnare” alla morte - senza dolore - ma senza causarla e senza accorciare la vita.